Categoria: Blog

03/08/2022 by dadabio 0 Commenti

Le sofferenze dei migranti, dire la verità con una favola

Ne “La leggenda della Stella Marina”, albo illustrato di Giorgia Scaduto e Gaia Cairo, una metafora della tragica fine dei viaggiatori più indifesi e invisibili dei nostri tempi, i migranti minorenni. Un viaggio per mare che è una scommessa e non una promessa, una struggente metamorfosi. In beneficenza i diritti d’autore di questo volume destinato ai più piccoli

Dire la verità o dissimulare? Mentire? Tacere? Addolcire? Come comunicare il dolore, le tragedie, il male più incomprensibile? Essere genitori è un mestiere complesso, una condizione di privilegio eppure scomoda. Specie quando bisogna dialogare con i propri piccoli su argomenti più grandi di loro, più grandi di noi. La pandemia e la guerra, negli ultimi anni, hanno messo a dura prova, in questo senso, la comunicazione in seno alle famiglie, specie quelle con bambini. Dire la verità – preparandosi e preparandoli emotivamente – è chiaramente la strada da preferire, per non avere paura di qualsiasi emozione, per imparare ad accettare, comprendere, e superare anche la sofferenza, a cominciare da quella altrui.

La verità non edulcorata

C’è un libro che non ha paura. E lo stesso si può dire dell’autrice, la palermitana Giorgia Scaduto che, anche grazie ai disegni delicati ed evocativi di Gaia Cairo, ha scritto un albo illustrato tra i migliori fra quelli pubblicati negli ultimi mesi, rivolto a bimbi che frequentano almeno le scuole primarie. L’editore è palermitano, Torri del Vento, e il titolo è La leggenda della stella marina (30 pagine, 18 euro). È un libro che non nasconde, che non edulcora, racconta la verità, poeticamente, e in modo adeguato agli anni e al livello di comprensione dei giovani lettori. I piccoli che cresciamo fra mille attenzioni e cure vanno difesi in ogni occasione. Ma questo non significa che non debbano imbattersi in qualcosa di grave e triste. Giorgia Scaduto – attingendo anche al “mestiere” di mamma – sceglie con cura i vocaboli e le frasi, intrecciate ai disegni, diventano una storia che non è mai bugia, che attraversa il dolore facendosene carico.

Uno scopo nobile

Un viaggio per mare di un bimbo – che tanti piccoli rappresenta – diventa così una scommessa, non può essere una promessa. I pericoli e i dolori dei viaggiatori più indifesi e invisibili dei nostri giorni sono racchiusi nella metafora di questo libro di Giorgia Scaduto, nella struggente metamorfosi finale. Un volume che ha anche uno scopo nobile, a sostegno dell’ong Mediterranea Saving Humans: il ricavato dei diritti d’autore sarà destinato all’associazione per le sue missioni di soccorso in mare. Conforta sapere che in questa Italia dove sui migranti e sui rifugiati ci sono ostinata strumentalizzazione, ipocrisia, ignoranza, indifferenza, arrivino pagine del genere, intrise di un messaggio di accoglienza, inclusione, attenzione. E che queste pagine siano destinate principalmente a chi dovrà costruire (ricostruire?) la società di domani.

08/01/2022 by dadabio 4 Commenti

Diario della terza gravidanza. Una pazza felicità, sei qui!

A tre mesi di distanza i ricordi del parto della piccola Micol. Una gravidanza segnata dalle normative per l’emergenza Covid19. La gioia è arrivata con un abbraccio a tre in ospedale, e fuori da lì sarà un abbraccio a cinque. Si conclude così il diario della terza gravidanza (qui tutte le puntate) sul blog di Dadabio

Natale è passato, il 2022 è cominciato e sono passati tre mesi da quando ci siamo strette fortissimo per la prima volta. Da quando ho sentito la tua pelle calda sulla mia, la tua testolina sul mio cuore impazzito per la gioia. Il tempo è letteralmente volato, e c’è da dire che la vita con tre figlie è più impegnativa di quanto pensassi ed ecco che mi ritrovo a scrivere dopo mesi il racconto della tua nascita.

Anche quei nove mesi sono volati. Gli ultimi giorni della gravidanza mi chiedevo quando arrivassi, perché non era già arrivato il momento, le giornate erano lunghe, allietate dalle domande delle tue sorelle e dai massaggi che mi facevano al pancione e alle gambe.

Sei arrivata al momento giusto e nel giorno giusto. Per questo dico a tutte le donne che devono partorire: non abbiate fretta e godete di ogni istante con il vostro dono più prezioso in pancia. Aspettate con pazienza perché quell’attesa è magica e non ci sarà più. All’improvviso poi avrete i vostri figli in braccio e non vi sembrerà vero.

Poco prima della data presunta

Avevo sempre sott’occhio le settimane scandite dal calendario della gravidanza che tutte le donne hanno sul telefonino… 38 e 1 giorno, 38 e 2, 38 e 3, 38 e 4, 38 e 5, 38,6 e scalpitavo e non ce la facevo più, la pancia pesava, la schiena a fine serata faceva male, tu ti muovevi tantissimo, Ester e Clarissa mi chiedevano insistentemente: “Nasce oggi?”. Le persone che incontravo chiedevano: “Quanto manca?”. E io ogni notte, quando mi mettevo a letto, pensavo tra me e me, sarà la nostra notte, mi darai un segnale e correrò in ospedale.

Un urlo di gioia

Era sabato e sono uscita di mattina con mia mamma e le bimbe e di pomeriggio sono stata a casa. Avevo desiderio di spezzatino e mamma ha comprato tutto per prepararlo la domenica a pranzo. Poi arriva la notte e non riesco a dormire, sto sveglia due, tre ore poi crollo in un sonno profondissimo e riposante e quando mi sveglio con il sottofondo della voce di Ester che chiede: “Oggi andate al lavoro?”. E il papà risponde: “No, amore oggi è domenica”. Mentre apro gli occhi e prendo il cellulare per vedere l’ora, 8,17, dopo qualche secondo sento un liquido caldo scendere e capisco subito. Attendo questo momento da giorni. Rottura delle membrane. Scappo in bagno urlando di felicità: “Amore, mamma, venite, ho rotto le membrane”. E urlando un forte: “sììì! Prepariamoci e andiamo”. Era domenica 3 ottobre, una giornata bellissima e soleggiata.

Ho fatto la doccia e con mio marito sono andata in ospedale dopo aver fatto l’ultima foto con la pancia e le mie principesse. Il Buccheri La Ferla era avvolto da un velo di tranquillità insolito, chi ha partorito lì prima del Covid sa a cosa mi riferisco, quasi a volermi dire che tutto e tutti si sarebbero presi cura di noi; è un ospedale familiare, sono nate lì anche le mie prime due bimbe.

Affidarsi all’ostetrica

Trovo con piacere il mio ginecologo che mi visita… tutto bene, qualche contrazione sporadica, la bimba sta bene. Conosco il mio corpo e so che ancora passerà qualche ora. Così è stato. Rimango sotto tracciato per le prime ore della mattina, dove incontro Morena che è arrivata un’ora prima di me, provo a scambiare qualche parola, ma lei è sofferente in preda ai dolori e di poche parole, finiremo nella stessa stanza, e con noi ci sarà anche Dorotea. Mie compagne di viaggio perché i primi giorni con una nuova creatura accanto, da sole, senza l’aiuto di mamme e zie (come accadeva prima della pandemia) è proprio un lungo viaggio. Mi danno la camera numero 4, mi sistemo, prendo possesso del letto e intanto mando qualche sms ad amici e a parenti. Ho il tempo di fotografare la veduta dalla finestra: di fronte la chiesa, alla mia destra il mare, quel mare che ha dato il benvenuto alle mie bambine appena nate. Sono serena. Le contrazioni incalzano e vado in sala parto. Incontro la mia ostetrica, anzi la nostra. È Rosalia, parliamo un po’, iniziamo a conoscerci, le racconto che ho un bellissimo ricordo dei parti precedenti e che vorrei fosse così anche per il terzo, facendole capire che mi “af-fido” a lei.

Rimango sola

Una domenica pomeriggio di tranquillità ma in un ospedale la situazione può precipitare all’improvviso soprattutto quando si parla del reparto dove la cicogna è di casa. Rosalia mi visita e mi dice: “Sei a due centimetri di dilatazione, è ancora poco”. Poi arriva un’urgenza, un parto cesareo di una donna in attesa di due gemelli, così la “mia” ostetrica va via e mi anticipa che sarebbe mancata per un po’. Rimango sola nella sala dove ci sono la vasca per il parto e lo sgabello svedese con la palla, entra ed esce un ostetrico che mi visita e mi dice che la situazione è stabile, nonostante le contrazioni siano forti e ravvicinate. Inizio a soffrire abbastanza e sono speranzosa perché sia Ester che Clarissa sono nate dopo un travaglio rispettivamente di tre ore e due. Ma mai fare paragoni! Intanto non c’è mio marito che di solito è accanto a me. L’emergenza Covid ha imposto regole bruttissime per una donna che sta per partorire. Ci sentiamo al telefono, è fuori, adesso in attesa anche lui. Aspetto che lo facciano entrare. Dopo qualche ora sento la stanchezza e fare il confronto con gli altri parti non mi aiuta perché le tre ore di riferimento sono già passate. Mi alzo dalla poltrona dove vengo monitorata, sto in piedi, faccio due passi aiutandomi con la respirazione e accovacciandomi quando non ce la faccio, qualche movimento col bacino quando arrivano le contrazioni che non lasciano fiato, serrate e sempre più forti, ma sono felice perché so che fra poco abbraccerò la mia piccola. Forti crampi all’addome e alla schiena, respiro e chiudo gli occhi aspettando che passi. Mi fa compagnia il suono del cuoricino, avete presente quel rumore simile a un galoppo e il bip del monitor che segna l’intensità delle contrazioni.

Non sono più sola

A un certo punto torna Rosalia e mi rincuoro, mi visita ma sono sempre a due centimetri di dilatazione dice: “Non è ora di spinte” e mi scoraggio, non ci posso credere, penso al peggio per me, ovvero un cesareo, se qualcosa non fosse cambiata da lì a poco, ho avuto due parti naturali stupendi, sarebbe una beffa un cesareo alla terza figlia. Il 3 ottobre si festeggia la Madonna di Pompei, a lei rivolgo le mie preghiere, mi affido a lei con il cuore. Non ho più la forza di mandare messaggi a mia sorella e alla mia famiglia per dare notizie. È ora dedicarmi solo a noi, fare lo sforzo finale di quell’attesa che ha avuto un sapore dolcissimo, unico grazie alla presenza di Ester e di Clarissa che l’hanno vissuta con me e mio marito, con la consapevolezza delle loro poche stagioni. Intanto Rosalia mi aiuta, mi tranquillizza, mi visita e mi incoraggia e soprattutto fa entrare mio marito. Questo è un momento bellissimo, non mi sento più sola, vederlo mi fa capire che potremmo essere vicini all’arrivo di nostra figlia e la sua presenza mi dà tanta sicurezza. Mi stringe la mano, mi dice: “Forza Amore, manca poco”. Quel poco mi sembra troppo. La cognizione del tempo quando si sta per partorire sfugge. Sono sofferente, tanto, mi sembra di non riuscire a farcela, di non sapere spingere più. Così l’ostetrica mi ricorda che è importante spingere a bocca chiusa. Sento che le contrazioni sono quelle giuste, quelle delle spinte finali. L’equipe indossa i camici verdi e, ripeto a me stessa, in una pausa dalle contrazioni, buon segno, fra poco vedrò mia figlia. Sono sfinita, la sento sempre più vicina a me e sento allontanarsi le fitte, che lasciano spazio solo alla forza per metterla al mondo.

Respirare e pregare…

Respiro e prego, respiro e prego. Mi concentro sulla respirazione, Rosalia dice: “C’è la testa”. Parole più belle le mie orecchie non possono udire, il dolore delle contrazioni passa, non c’è più, fatico a spingere, ma so che è l’unica cosa da fare e bisogna fare bene, fra me e me chiedo: “Anche le altre volte è stato così difficile?”. Mio marito mi tiene la testa, mentre accolgo la doglia e spingo seguendo la voce di Rosalia. Poi mi fanno togliere la camicia, rimango nuda, non mi chiedo nemmeno perché, sono concentratissima ad accogliere il mio fagottino. Con le mani tocco la sua testolina fuori dal mio corpo, quei capelli umidi e morbidissimi mi danno la carica. A quel punto accade la cosa più bella che desiderassi, in cuor mio, ma di cui nella chiacchierata fatta all’inizio con l’ostetrica non avevo fatto cenno. Lo avevo detto al mio ginecologo Roberto, che ringrazierò sempre, che avrei voluto la mia bimba poggiata sul petto per un po’, ma in quei momenti si rimuovono tutti i pensieri e i programmi vengono letteralmente sconvolti. Adesso, l’esperienza dell’ostetrica fa la differenza, lei sceglie la cosa più giusta per me.

La fine e un inizio senza fine

Rosalia dice: “Bravissima, non ti fermare, già piange”. Poi: “Ci siamo, c’è la mano” e con naturalezza aggiunge: “Prendi tua figlia, prendila, ti aiuto io. Spingi e prendila”. Le mie mani tremano, sfioro mia figlia, cerco di afferrarla mentre spingo e all’improvviso lei lascia le mie viscere e si abbandona fra le mie mani, la tiro verso di me e la adagio sul mio petto. Un fuoco mi scalda, una grande emozione mi fa tremare la voce. Tremo tutta. È il momento più bello della mia vita coniugale. “Non ci posso credere”, inizio a dire ripetutamente, “Sei qui”. Ecco Micol, piange e io la accarezzo e la amo già più di tutto. Siamo in tre abbracciati e fuori dall’ospedale saremo in cinque. Che gioia! Siamo stati pelle a pelle per un po’. Non dimenticherò mai quei momenti. E per la terza volta mi sento eterna.

12/09/2021 by dadabio 2 Commenti

Diario della terza gravidanza. Tuffarsi nel passato per preparare il futuro

È iniziato il nono mese di attesa, dopo un’estate torrida che ha fatto sentire davvero il peso della terza gravidanza. Una passeggiata nei luoghi di infanzia con le sorelle della nascitura si trasforma nell’occasione di riflettere su ciò che è stato e su ciò che sarà. Continua il diario di Lucia Porracciolo. Qui tutte le puntate precedenti

È notte. Una di quelle in cui non dormo, ormai sono tante di questo tipo. Penso e ripenso, mi giro e rigiro, per quanto il pancione me lo permetta. C’è silenzio. Sento solo chiari e definiti i movimenti della mia piccola. Decisi, netti. Inizia a stare stretta qui dentro. Intanto si affollano in mente tantissime domande alcune sono sempre le stesse che si pongono le donne in gravidanza: “Quando succederà? Quando andrò in ospedale? Capirò quando sarà il momento giusto? Come andrà?”. Benché sia alla terza gravidanza un po’ la storia delle domande si ripete. Perché ogni parto è unico e speciale.

È settembre (finalmente), entrato lentamente. Tanto si è fatto attendere. Ho salutato agosto! È stata un’estate strana e torrida che non ci ha fatto respirare, ci ha fatto soffrire tanto e personalmente mi ha fatto sentire troppo il peso della gravidanza.

Un cinghiale sullo stomaco

Questo che è appena cominciato è il periodo più difficile, si avvicina la data presunta, a volte vorrei che il tempo passasse in fretta (non ce la faccio più), altre vorrei fermare il tempo e godermi questi ultimi giorni di attesa in serenità, con calma. Ma queste parole con due figlie piccole non si sposano bene. Ogni giorno porta il suo peso: loro che vogliono stare con me, tante cose da fare e da organizzare, la schiena che fa male, il pancione grande, lei che scalcia di continuo. Sensazioni avute in passato ma che avevo dimenticato. Perché poi noi mamme cancelliamo i ricordi brutti e teniamo solo le belle sensazioni. Ah, dimenticavo, mangiare è davvero difficile, qualsiasi cosa diventa un cinghiale sullo stomaco, solo adesso apprezzo, quella pubblicità, in onda in tv qualche anno fa, di qualche medicina per la digestione. Ecco come mi sento spesso.

Poi l’aspetto psicologico, paura, ansia, preoccupazione, domande su domande. Poi la felicità di tenerti ancora in grembo, stretta a me. Siamo io e te. Fra poco ti avrà anche il mondo ecco perché vorrei ancora tenerti con me seppur con questi “disagi” dell’ultimo mese. Mi tengono sempre compagnia le domande delle sorelline: “Che sta facendo? Sta mangiando? Ha fatto pipì? Sta guardando la tv?”. E poi la piccola chiede: “Mamma quando esce M. mi prendi in braccio? E poi ma dove dormirà? Può dormire nel lettone con noi?” La loro presenza e la loro partecipazione ha reso questa gravidanza speciale.

Le difficoltà e il rifugio

In questa estate di attesa e transizione le vacanze sono state difficili, un po’ di mare e un po’ di montagna. Qui a quasi mille metri dal mare ho trovato un modo per stare bene e sentirmi in pace. Ti ho portato nei miei luoghi d’infanzia, dove sono nata, cresciuta, dove ho giocato a lungo, dove ho trascorso il tempo con le amiche, quelle che sono rimaste tali per sempre. Qui, a Mistretta, mi sento sempre al sicuro. È il mio rifugio. Quando torno a casa (dei miei, mi piace chiamarla casa mia) respiro subito un’aria nuova e fresca, appena scendo dall’auto. Mi avvolge quel clima fresco e rigenerante, mi avvolge un calore che va dritto al cuore. Sia estate o sia inverno la sensazione è la stessa. Nell’agosto appena passato questa bella sensazione si è riconfermata, anzi si è amplificata.

Un giorno abbiamo fatto un giro per i vicoli di Mistretta, ho portato te e le tue sorelle nei quartieri dove correvo, giocavo a pallone, a “popolo” , a “bella statuina”- chi se li ricorda?- andavo in bici, nelle strade dove sono caduta così tante volte da sbucciarmi spesso le ginocchia e avere ancora qualche cicatrice.

Quel sapore speciale

Qui siamo in via Noè Marullo, ci viveva mia nonna Serafina, mamma di papà mio. Donna fantastica, super attiva, simpatica e con un senso del dovere nei confronti della famiglia a dir poco unico. Qui ho passato tantissimi pomeriggi con i miei cugini a giocare a pallone e poi a fare merenda. Ricordo i pranzi e le cene a casa di nonna, quelle patatine fritte che nessuno mai, dopo di lei, ha cucinato. Avevano un sapore speciale. La pasta con la salsa (appena fatta) e la ricotta grattugiata sopra, che bontà! Queste stradine allora mi sembravano enormi, come lo sembrano adesso alle mie bimbe. Peccato che nonna Serafina non ti possa conoscere su questa terra! Se queste pietre potessero parlare avrebbero tanto da dire. Anche a me piacerebbe ascoltarle per recuperare qualche ricordo affievolito nel tempo, per portare alla memoria aneddoti che hanno segnato la mia crescita e hanno formato il mio carattere. Nonna Serafina aveva problemi di udito, e per questo il campanello della sua porta era fortissimo, lo sentiva tutto il quartiere. Uno dei ricordi più teneri è, dopo il drin drin, il suo sorriso brillante e amorevole dietro il vetro del balcone, appena si accorgeva che ero io a bussare.

Cose semplici e racconti, altro che tablet

Il nostro giro non è finito, visto che siamo tutti di buon umore proseguiamo e percorriamo una salita. Quante volte l’ho fatta. Questa è via Belverde e qui ci viveva nonna Maria, mamma di mamma. Un’altra ricchezza per noi nipoti. Un dono prezioso che abbiamo avuto la fortuna di goderci fino a quando aveva 94 anni. Io sono cresciuta con lei, a  casa mia e a casa sua. D’inverno qui fa molto freddo, nevica, così lei veniva a vivere da noi. D’estate si trasferiva a casa sua e io spesso stavo con lei anche di notte. Qui con la tua futura madrina, mia cugina Marianna, ho trascorso le più belle giornate, i più bei momenti da bambina. Altro che tv e tablet, lontane da tutto ciò, ci siamo divertite alla follia con le cose più semplici e gli affetti più veri. La casa di nonna Maria era il mio nido, il mio rifugio. Quando litigavo con tutti scappavo via e venivo qua. Con lei mi sentivo in pace. I suoi racconti mi mettevano di buon umore. Mi parlava di mamma e di zio Vincenzo, suo fratello, di quando erano bambini e io mi tuffavo con grande curiosità e sete di sapere in quel passato lontano e sconosciuto che mi faceva rivivere la loro infanzia difficile (hanno perso il papà quando mamma aveva due anni e zio Vincenzo non era ancora nato) e bella grazie alle cure della loro mamma, di nonna Maria che è rimasta per sempre nel mio cuore come la persona più importante della mia vita.

Pronta ad accoglierti

Così piccola M. ti ho voluto portare di proposito, insieme a papà e alle tue sorelle, davanti a questo portone e su questi scalini che conoscono a memoria i miei passi e il mio cuore. Il passato è quello che crea il nostro presente e il nostro futuro. È un pezzo di vita importante senza il quale non saremmo quello che siamo. I ricordi sono dentro di noi, ma ripercorrere i luoghi d’infanzia sentendoti muovere dentro me, accarezzandoti, sussurrando le mie emozioni ti ha consegnato la mia anima, il mio essere donna e mamma, che già probabilmente conosci più di chi sta qui fuori. Perché la nostra unione è viscerale, passionale, ossessiva e quasi maniacale, è l’unione che rimarrà più forte e salda di qualsiasi altra relazione che sperimenterai in questo mondo che ti aspetta, anche quando di tempo ne sarà passato e sarai tu a far conoscere i tuoi luoghi d’infanzia ai tuoi figli. Questa passeggiata mi ha dato tanta serenità e ha cancellato tutte le ansie e le paure.

Sono pronta ad accoglierti nel migliore dei modi, con tutto l’amore che meriti.

Ti aspettiamo, ma prenditi il tempo che ti serve per essere pronta e forte come una leonessa per affrontare la vita.

16/07/2021 by dadabio 1 Commento

Diario della terza gravidanza. Come faremo a svegliarci ogni mattina?

La piccola M. si fa sentire, eccome, e con la mamma si scoprono vicendevolmente. Intanto le sorelle sono due dormiglione doc, chissà i risvegli in futuro… Continua il diario della terza gravidanza di Lucia Porracciolo

Quella bruna è Ester, sono le 7.20 di un giovedì e la sveglia è già suonata tre volte per tutti. Rinviata altrettante volte. La smuovo, dopo averle dato bacetti e fatto il solletico sotto ai piedi, lei infastidita mi dice: “Ho sonno. Perché M… può dormire ancora e io no?” Premetto che M. è ancora nella mia pancia quindi non so cosa stia facendo… e dico: “Ma magari è sveglia anche lei, dai, siamo in ritardo”. Nella sua camera c’è Clarissa, la bionda, la vedete… anche lei di svegliarsi non ne vuole sentire. E pensate che per i primi 12 mesi non ha chiuso occhio e quando dormiva lo faceva solo addosso a me. Oggi dorme nel suo letto tutta la notte e la grande viene a trovarci nel cuore della notte. Lei che fino a due anni non aveva mai dormito nel lettone con noi… poi la gelosia della sorellina arrivata ha cambiato i ritmi.

Da due a tre

Insomma Clari stacca la faccia dal cuscino, apre gli occhi e farfuglia: “Devo aspettare Boccone”. Sarebbe il suo amico immaginario, che le viene in soccorso quando non vuol far qualcosa o deve perder tempo. Come vedete la mattina è difficile da far cominciare… e il mio pensiero va alla terza. “E quando saremo in tre?” penso subito.

Le notti sono ormai lunghe, non dormo un po’ per il caldo, un po’ per tutte le volte che vado in bagno e quando assaporo la dolcezza del sonno sento: “Papà, mammaaaaaa”. La voce della grande che annuncia l’arrivo nel lettone. Fortunati se la piccola continua a dormire in camera e di solito è così.

Un dialogo per scoprirsi

La mattina è difficile da avviare, mi sento già stanca all’alba, mi viene lo spauracchio, perché in effetti mancano tre mesi o ancor meno. Ma poi i ritmi vorticosi delle giornate fanno mettere da parte i dubbi e le incertezze e presentano le cose da fare… una miriade, quindi non c’è tempo per pensare. Quando esco vado sempre di corsa ma quando posso rimanere a casa di mattina, come oggi, è bellissimo perché saluto tutti e quando chiudo la porta, ancora prima di fare colazione torno in camera e mi stendo a letto. Poggio le mani sulla pancia e mi rivolgo a lei. Attendo che si muova per iniziare un dialogo, è bello il nostro momento. Siamo io e lei e possiamo scoprirci. Se capisce che sono concentrata su di lei continua a dare colpetti. Ed è il nostro buongiorno fatto di attesa, pazienza, silenzi e poi i pensieri incalzano e volo via con loro e la immagino in braccio. Immagino i colori dei capelli, chiari un misto fra biondo e rosso, la boccuccia a forma di cuore che ho intravisto dalle ecografie, e mi vedo già stretta a lei, è come se sentissi il suo respiro mescolarsi col mio. Ma torno alla realtà e so che devo ancora aspettare. Per me è normale sentire familiari i suoi movimenti dentro me, ma non è così per chi è fuori. Ieri per la prima volta Ester ha avuto la pazienza di ascoltarla, di solito fuggiva, forse sta cosa della pancia che si muove le fa impressione. Però, era sera prima di andare a nanna, finalmente ha poggiato le mani sulla pancia e l’ha sentita. Ha sgranato gli occhi ed è corsa in cucina a dirlo al papà. Era felicissima. Poi è tornata da me e ha cominciato a parlarle rivolgendosi prima a Clari: “Dobbiamo parlare vicino l’ombelico perché così lei ci sente”. Poi rivolgendosi alla pancia: “Io sono Ester e ti aspetto e qui c’è anche Clarissa”, che si precipita subito a dare bacini.

Sorelle e… programmi

Ester ha già deciso tutto: “Quando nasce la sorellina,  mamma,  noi tre dormiamo con te, tanto nel lettone stiamo comode. E papà dorme nel mio letto”. Ecco che si fanno già programmi sul futuro prossimo senza considerare le necessità che avrà la piccolissima.

Tornando a me e a lei, inizia questa nostra mattinata a casa, piena di cose da fare. Stacco le mani dalla pancia e vado… la testa e il cuore rimangono sempre attaccati lì. “Io ti percepisco sempre, non potrebbe essere altrimenti e poi ci sono sempre loro a ricondurmi a te. Le tue sorelle appena tornano da scuola si precipitano a salutarti accarezzando e baciando la pancia”. So che già le riconosce perché attorno a noi spesso c’è la loro allegria smisurata e la gioia incontenibile di crescere giocando senza limiti come tutti i bambini amano fare.

01/07/2021 by dadabio 0 Commenti

Diario della terza gravidanza. A sei mesi quante cose già sei…

In sei mesi quante cose hai imparato a fare dentro la mia pancia e io quante volte mi sono messa in ascolto per percepire la tua presenza. Non hai tentennato a dirmi: “Ci sono, mamma!” e io non ho avuto dubbi che quel movimento improvviso proveniente dalle mie viscere fossi tu. Ci siamo conosciute e ci stiamo scoprendo ed è immenso amore ogni giorno

 

 

Sei mesi, e da uno abbondante sento che ti muovi dentro, di continuo. Ti sento rotolare e ti immagino mentre fai le capovolte, libera di girare e rigirare in un caldo liquido.

Vedere la pelle della pancia muoversi e spostarsi senza la mia volontà mi fa venire i brividi. E realizzo che dentro di me c’è la vita, ci sei tu.

Anche tu sei in attesa, non lo sai ma sei in attesa… di un abbraccio caldo e infinito. Sei in attesa di crescere, di venire alla luce dolcemente dopo aver ascoltato per mesi il bum bum dei nostri cuori battere all’unisono. Sei in attesa di associare le voci ai volti delle tue sorelle impazienti di vederti, curiose di sapere come sarai, e se potrai giocare con loro.  Me lo chiedono sempre. Ti aspettano. Non lo sanno cosa sarai, cosa cambierà a casa nostra e nelle vite di tutti noi. Non sanno ancora quanto amore porterai e quanto migliorerai ognuno di noi. Questo è il miracolo della nascita, delle personcine che arrivano in una famiglia che per quanto possa prepararsi all’evento sarà sempre colta da sorpresa e alla ricerca di un nuovo equilibrio.

 

Il miracolo della vita… sei già tra noi

Da un incontro amoroso, fra i più indimenticabili, da una minuscola cellula stai diventando una piccola persona. Adesso hai mani, gambe, piedi, spina dorsale, orecchie, naso, bocca. Adesso inizi ad afferrare il cordone ombelicale che ti fa compagnia lì dentro. Inizi ad aprire gli occhietti, a riconoscere la mia voce, quella di papà, di Ester e di Clarissa. Sai, è come se fossi già con noi. Beh, con me lo sei da mesi, da quando ho visto quelle linee sul test, ma ormai da altrettanti mesi tutti sanno che ci sei e a casa ti chiamiamo per nome.

Io cerco di immaginarti e di fare un disegno dei tuoi tratti, Ester invece ti ha già disegnato più volte, fai già parte del nostro nucleo familiare. Quando ti disegna ti mette sempre accanto a me perché sa e dice che hai “bisogno di mamma”.

Quando ho visto il primo disegno mi sono emozionata. Poi ce ne sono stati tanti altri, ma il primo fatto all’improvviso in quattro e quattr’otto mi ha lasciato a bocca aperta. Per me è il più bello. L’abbiamo conservato per te.

E così insieme, stringendoci forte, cercandoci nei momenti più banali, in quelli di tutti i giorni e in quelli più difficili per aiutarci a vicenda, per darci forza siamo arrivati al sesto mese. Ne mancano tre alla nostra presentazione ufficiale ma questi sei hanno avuto una potenza incredibile e sono stati sufficienti a far crescere un legame indissolubile e unico fra noi. Nessuno lo può comprendere, questo è il dono e la fortuna di essere donne e mamme.

Quei colpetti in pancia…

Ti aspetto ogni mattino appena apro gli occhi, attendo un tuo saluto per cominciare la giornata e quando non arriva vado in tilt. Poi mi piace sentire un tuo colpetto quando parlo con la gente o sono concentrata a fare altro e tu mi ricordi che ci sei. Mi fai compagnia prima di addormentarmi, mi traghetti nei sogni dove poi ci conosciamo, tra immagini confuse, voci sovrapposte e irriconoscibili, poi quando mi sto per svegliare faccio di tutto per afferrare quell’immagine e tenerla con me. Mi rimane la sensazione di te per tutto il giorno.

Ti donerò al mondo, ma il nostro legame è indissolubile

So che poi col passare degli anni, crescendo, ti allontanerai da me, passerai del tempo altrove, andrai a scuola, a casa di compagnette, alle feste di compleanno, inizieremo quel processo di separazione, come un gomitolo che si srotola correndo via, lontano, e allora ricorderò di averti portato in grembo, di aver sentito il tuo cuore, il tuo respiro, perfino il tuo singhiozzo e immaginerò di sentire quel profumo unico che ti identificherà, appena nata. Ma cosa importa, ti donerò alla vita, ma saremo sempre madre e figlia e non ci saranno sostituti. Comunque adesso meglio viverti qui dentro e sentirti crescere ogni giorno di più. Attenderti con pazienza perché sarai la terza emozione più forte della nostra vita.

Sei mesi di te

Sei l’attesa più dolce e la speranza che nutre ogni mio giorno.

Sei il desiderio sognato in silenzio, in segreto e arrivato al momento giusto.

Sei la sorellina richiesta incessantemente negli ultimi mesi.

Sei l’inizio più bello del 2021.

Sei la speranza durante questo periodo di pandemia.

Sei il futuro disegnato a colori.

Sei la sorpresa più bella.

Sei l’energia, il motore per tutti noi.

Sei il sale del nostro amore, la ricchezza della nostra famiglia.

Sei tutto quello che non riusciamo a immaginare perché ignoto.

Sei l’avvenire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

08/06/2021 by dadabio 0 Commenti

“Pavimento pelvico fondamentale. Ai primi campanelli d’allarme occorre rivolgersi a uno specialista, senza vergogne”. Intervista a Roberto Guarino

Di pavimento pelvico non si parla mai abbastanza. Abbiamo intervistato Roberto Guarino, specialista in Uroginecologia e nelle terapie e riabilitazioni del perineo con le più moderne tecniche ostetriche. “Molto meglio – sottolinea – affrontare il problema con uno specialista, anziché utilizzare presidi che sono scorciatoie e possono creare altri problemi, come infezioni e cistiti ricorrenti”

Un insieme di muscoli e legamenti che chiudono la parte inferiore della cavità addominale, sostenendo uretra, vescica, apparato ano-rettale e, nella donna, vagina e utero: è il pavimento pelvico, o perineo, un pilastro della salute dell’organismo, di cui bisognerebbe prendersi cura a ogni età, specie nei periodi in cui viene “indebolito”, ad esempio nel corso della gravidanza e a causa del parto. Non se ne parla mai abbastanza e nell’immaginario collettivo le informazioni a riguardo sono sempre frammentarie e spesso confuse.

“Se funziona meglio il pavimento pelvico, certamente sarà migliore l’espressione del parto e migliore sarà la ripresa post-partum”. Il ginecologo Roberto Guarino (qui il suo sito) illustra nel corso di una videointervista ai microfoni di Dadabio l’importanza del “piatto muscolare” del perineo che, sottolinea, è importante far controllare bilateralmente circa otto settimane dopo il parto (oltre alla specifica visita ginecologica dopo trenta, quaranta giorni).

Guarino, specialista in Uroginecologia (e dirigente medico dell‘Unità Operativa Complessa di Ostetricia e Ginecologia, al Buccheri La Ferla di Palermo) sottolinea come efficienza, funzionalità e tenuta del pavimento pelvico possano venir meno o essere messi in dubbio, a partire da qualche campanello d’allarme (a cominciare dall’incontinenza urinaria, in gravidanza e non solo). Se emergono, non bisogna temporeggiare o soprassedere, rivolgersi allo specialista è sempre la scelta giusta, senza nessun tipo di tabù o di vergogna. La moderna medicina permette varie strade per la riabilitazione del perineo.

Ecco la videointervista completa al dottor Roberto Guarino, fra quelle del canale YouTube di Dadabio, buona visione.

31/05/2021 by dadabio 0 Commenti

Diario della terza gravidanza. La morfologica e quei colpetti che danno coraggio…

L’emozione, le ansie e le domande che accompagnano la morfologica, la fondamentale ecografia del quinto mese. Una bimba in grembo che si fa sentire, reclama attenzione e non lascia soli nei momenti più difficili. Come quando si scopre che una delle sorelline che la aspettano ha un problema agli occhi. Il diario della terza gravidanza di Lucia Porracciolo si arricchisce di una nuova puntata (tutte le altre qui)

“Mamma ma può giocare con noi? Ha le mani e gli occhi?”. Clarissa chiede così un giorno uscendo dell’ascensore. Io: “Certo che ha le mani e farete tante cose insieme”. Questa domanda arriva due giorni prima della morfologica che sapete bene essere l’ecografia del quinto mese che misura i parametri della crescita del bambino e fa vedere meglio molti organi rispetto alle semplici ecografie. In effetti alla visita, quando il ginecologo spiegava (“Questa è la testa, c’è la giusta distanza tra le orbite, ecco i reni, ecco le braccia, qui c’è il femore”), mi ricordava Clarissa che mi aveva già elencato occhi e mani. Qualche giorno dopo mi ha anche chiesto se la piccola in pancia avesse le orecchie. E io: “Certo e sente tutto, anche quando urlate, piangete e fate i capricci…”. E il ginecologo mi ha proprio consegnato, fra le tante, una foto in cui si vede proprio l’orecchio e quando la piccola l’ha vista è rimasta sbalordita e ha subito detto: “Mamma, allora davvero ci sente e dobbiamo essere più brave sennò si spaventa”.

Ora è tutto più chiaro

Quella morfologica ogni volta si fa attendere perché anche se ci sono le ecografie mensili questa fa capire quanto sia sana la bimba. E di ansie e domande noi mamme ne abbiamo tante, persino quando i medici ci tranquillizzano. È sempre una grande emozione e alla ventesima settimana si vede tutto più chiaro e capisci che presto quello che vedi su un anonimo schermo (quel nero e quelle strisce bianche che tratteggiano ora il volto, ora le manine chiuse)  è una personcina che avrai fra le braccia. Per me è stata una morfologica stupenda, avrei voluto non finisse mai,  grazie anche al dottor Sergio Di Leo. Ginecologo scrupoloso, preciso e attento che spiega ogni dettaglio, mette a proprio agio, mai frettoloso e rende partecipe il marito. 

Il clima giusto

Noi mamme sappiamo che il ginecologo è una figura di riferimento troppo importante, deve entrare nelle nostre corde, deve esserci sintonia perché ci accompagna nel periodo più bello della nostra vita. E deve rassicurarci ogni volta che lo chiamiamo o mandiamo un messaggio. E qui voglio fare un plauso al mio ginecologo ormai da anni, il dottor Roberto Guarino che dopo aver seguito la mia seconda gravidanza, mi accompagna anche per questa terza. Una persona di grande umanità e professionalità che non ha mai lasciato nulla al caso e che mi ha seguita sempre cancellando ogni mio dubbio e rispondendo a ogni mia domanda. Quell’incontro con la mia bimba grazie all’ecografo è attesissimo e ogni volta lo gusto appieno. Questo sicuramente grazie al clima che si respira nel suo studio medico.

La mia morfologica è andata bene e sono più che soddisfatta. La sera appena messa a letto penso e mi domando: chissà come sarà? La classica domanda che tutte le mamme si pongono. Mi sforzo di immaginarla: bionda, scura, liscia, riccia, cicciottella o più magra ma il disegno che viene fuori rimane in sospeso perché lei sarà più bella di quanto mi sforzi di immaginarla e sarà stupore e meraviglia. 

Me lo chiedo io come sarai fatta, vuoi che non lo facciano le tue sorelle? Che ne sanno i bimbi di un bimbo dentro la pancia! Che ne sanno di come è fatto, tutte le domande sono lecite e poi, cerchiamo di essere sincere mamme: anche noi ci chiediamo se ha la bocca, il naso, gli occhi al posto giusto. Ecco perché la morfologica ci tranquillizza. Anche se non c’è mai da stare tranquille e noi mamme non possiamo mai abbatterci, mai essere tristi.
La forza arriva dai figli

Nei giorni in cui Clarissa si chiedeva se la sorellina in arrivo avesse occhi e mani proprio di lei, che ha un paio d’occhi speciali, scoprivamo che ha un problema agli occhi. Si è fermato il tempo, tutto è crollato su di noi. Ho pensato: possibile che sia successo a noi una cosa così? C’e soluzione, rimedio, cosa posso fare? Nel frattempo mentre mi angosciavo dovevo essere forte perché non poteva vedermi triste. Non potevo crollare. Nei momenti difficili la forza arriva dai figli. Ed è stata proprio la piccola che porto in grembo ad aiutarmi. Quando piangevo sentivo un colpetto quasi come se volesse dirmi: ehi, mamma ci sono anche io qui, non essere triste. Un colpetto una volta, poi due, poi tre, ma allora davvero c’è un filo indistruttibile e profondo, un legame, non paragonabile ad altri, tra madre e figlio! La prima notte dopo quella visita rivelatrice del “problemino” di Clarissa l’ho passata a guardarla dormire accanto a me, a sentire i suoi respiri alternarsi così affannati e così rilassati, i suoi ricci sulla mia faccia, il braccio sul mio collo (un caldo che non vi dico) e non mi sono sentita sola quella notte, nemmeno un istante, perché dal grembo arrivavano segni sempre più evidenti, come un tocco delicato ma deciso: non è questo il miracolo della vita, la bellezza della famiglia unita ancor prima che si crei, che si completi?

Allora davanti a tanta perfezione, davanti alla vita che si rivela in questo modo, stravolgendo i nostri piani, i problemi svaniscono e rimangono le cose belle, rimane l’essenza di ciò che è davvero importante: l’unione della famiglia, l’energia dell’amore, la paura del futuro, ma la certezza di avere basi forti per resistere alle possibili difficoltà.

09/05/2021 by dadabio 0 Commenti

Diario della terza gravidanza. Io mamma grazie alla mia mamma

Un inno alla forza delle mamme, a quella della propria mamma, il racconto di un parto prematuro, quarant’anni fa, e di tutto quello che ha lasciato dentro. Ciò che si è ricevuto e che si vuol tramandare alle proprie figlie, alle due che già ci sono e alla terza in arrivo. Ecco la nuova puntata del diario della terza gravidanza

Sono Lucia e accoglierò fra qualche mese una nuova vita, la mia terza figlia.

È così in effetti che ci siamo immaginati io e mio marito quando ci siamo conosciuti: noi due e tre figli, anzi tre figlie perché nei nostri sogni sarebbe stato bello avere tre ragazzine fra i piedi. La vita, però, è piena di sorprese e di complicazioni quindi abbiamo vissuto il nostro amore giorno per giorno accogliendo ciò che accadeva, un po’ per nostra volontà, un po’ per un disegno tracciato dall’alto. I doni più grandi che Dio potesse darci sono state le nostre prime due bimbe, Ester nata nel 2016, e Clarissa nata alla fine del 2017, e già eravamo una famiglia  felice.

Un desiderio in sospeso

Ma quella terza di cui parlavamo nelle nostre prime chiacchierate di presentazione, in cui cercavamo di esplorare le nostre anime che si scoprivano sempre più affini, dov’ era? Era ancora possibile immaginarla fra noi o non era più il momento giusto? Allora ogni tanto ci balenava l’idea di pensare al terzo figlio, ma due figlie sono abbastanza impegnative, ancor più se di età ravvicinata. Il lavoro precario, che ci ha impegnato più di un lavoro a tempo indeterminato, le incertezze, le paure, poi anche la pandemia da Covid 19, hanno fatto sì che lasciassimo in sospeso questo desiderio.  Proprio appeso come una maglietta in uno stendino in balia del vento.

Il momento giusto

Ma il numero tre tornava presuntuosamente a bussare alla nostra mente e a questo si aggiungeva Ester che mi chiedeva espressamente di avere un’altra sorellina. Pensate un po’, poi ha smesso di chiederlo a me e ha cominciato a chiederlo a Gesù, nelle sue preghierine. Non perdeva tempo a baciarmi la pancia per dirmi che c’era qualcuno dentro  e a raccontare alle sue compagnette che mamma era incinta, risultato? Le chiamate successive di mie amiche che chiedevano la conferma visto che Ester aveva raccontano di un fratellino o una sorellina. Tutto questo mi ha regalato risate pazzesche al telefono con le amiche, in particolare con Keyla,  e allo stesso tempo accendeva una lucina di speranza verso una terza gravidanza. Pian, piano le preoccupazioni, i dubbi, le domande nelle notti in bianco svanivano e si faceva strada la concretezza di una nuova vita nella nostra famiglia. Eccola. Arrivata al momento giusto, quando avevamo bisogno di un minuscolo chicco di riso che ci desse speranza e ci ricordasse che la vita è qualcosa da valorizzare sempre, anche durante le insormontabili difficoltà, e da vivere appieno senza rimpianti.

Auguri alla mia mamma

Oggi un grazie speciale va alla mia mamma, donna unica, dalla dolcezza inarrivabile che mi ha trasmesso questo indescrivibile sentimento della maternità. Solo con i suoi modi di fare e senza parole di troppo anzi con il silenzio ha plasmato il mio modo di essere prima donna e poi mamma. È lei che ha fatto e fa la differenza per me ed è lei il mio modello irraggiungibile, perché, cara mamma, lo dico apertamente, non sarò mai brava come te e mai alla tua altezza. Donna di una discrezione quasi disarmante, di una operosità infinita e di una delicatezza che nessuno possiede.

Adesso che nella pancia c’è la mia terza piccola mi rivedo ancor di più in lei, mamma di tre figli, nei modi amorevoli con cui ci ha fatto crescere. Riaffiorano alla memoria le ninne nanne cantate con voce soave, la fatica nel prendermi in braccio quando non ero più piccola piccola, per portarmi su in camera, la pazienza nell’esaudire le mie richieste, alcune impossibili. Se c’è un altro cuoricino che batte dentro di me lo devo a lei che conducendo la sua semplice vita, insegnante a scuola e regina della casa in famiglia, mi ha fatto scoprire l’onestà, l’equilibrio, la generosità, il rispetto altrui e per le cose mie e degli altri, l’amore per la vita in ogni sua manifestazione, la resilienza.

Da mamma a figlia per l’eternità

Ogni volta che mi fermo a riflettere su questo terzo tesoro che accolgo c’è un’esplosione di sentimenti ed emozioni, anche le più ancestrali. È cosi che le emozioni vissute dalla mia mamma quando io ero nella sua pancia arrivano a me fortissime, come un uragano,  grazie ai racconti suoi e di mio papà. Nel 2021, appena sento un leggerissimo tocco dentro il pancino, rivivo i momenti di una donna in dolce attesa che lotta contro un parto prematuro, che mi protegge e mi tiene stretta in grembo ogni volta che si presenta una minaccia di aborto, una rottura prematura delle membrane. Qui siamo nel 1980 e quella col pancione è la mia mamma. Non li ho vissuti coscientemente, eppure ho davanti a me i momenti concitati della mia nascita al settimo mese di gravidanza, della forza della mia mamma che mi dà alla luce e del suo dolore perché deve separarsi subito da me, una mamma che dopo aver sentito per mesi le capriole della figlia in pancia, il singhiozzo e preso calcetti e pugnetti vede allontanarsi quello scricciolo minuscolo che tanto ha voluto tenere a sé. Sento il suo cuore spezzato e la speranza di rivedermi presto per tenermi in braccio. Vedo la corsa disperata in ambulanza di me, un chilo e 100 grammi appena, accompagnata da mio papà e da suo fratello, lo zio Totò. Destinazione Palermo, che è lontana un centinaio di chilometri, allora non tutti d’autostrada. Sento nel mio cuore questo groviglio di emozioni, lo avverto come un fuoco, che mi è stato raccontato, dopo i primi anni, col sorriso sulle labbra e con gli occhi lucidi a ogni compleanno. Parole che in qualche modo mi infastidivano, e mi facevano soffrire, perché mi ricordavano che venire al mondo è stato difficile per me e per chi mi stava attorno, segnando la storia di tutti, dei miei genitori, di mia sorella e mio fratello più grandi di me, dei nonni. Questa bufera mi pervade a distanza di quaranta anni, mi fa piangere, mi fa leccare lacrime salate, però è quell’emozione vissuta ai miei primi respiri di vita, e ricordata affettuosamente a ogni compleanno, che mi unisce indissolubilmente a mia madre, un legame che porterò con me per sempre e che vorrei trasmettere alle mie figlie.

Oggi, il giorno giusto

Allontano dalla mente i tumulti del mio tempestoso inizio di vita e tutto diventa sereno intorno a me, quando vedo la mia famiglia unita esserci, le mie figlie crescere felici, mio marito (la mia forza) sempre al mio fianco, mia sorella e mio fratello presentissimi che hanno accanto persone speciali, anche loro parte di me, come fossero consanguinei; i miei nipoti, adorati cuginetti per Ester e Clarissa. Penso che tutto questo vada celebrato proprio oggi, giorno della festa della mamma. La mamma che è il perno di tutto, calore familiare, certezza che non vacilla, rimprovero a fin di bene, autorevolezza e dolcezza allo stesso tempo. La mamma che regge il mondo, e mi piace ricordarvi questa frase tratta da “Francesco e l’infinitamente piccolo” di Christian Bobin: “Gli uomini reggono il mondo. Le madri reggono l‘eterno, che regge il mondo e gli uomini”.

Sono felice di sapere che un’altra vocina mi chiamerà così, mamma. Continuerò a essere una mamma stanca e imperfetta, ma innamorata delle mie bimbe e l’amore, si sa, è il motore di tutto. Vince le tenebre e ci accompagna verso una realtà lontana e perfetta.

Auguri a tutte le mamme. (6-continua)

07/05/2021 by dadabio 1 Commento

Diario della terza gravidanza. Cinque nel lettone… ce la faremo?

La notte porta consiglio, o riflessione, o confusione? Questo è un mix di sentimenti che provano le donne incinte. Quando è sera e ci si mette a letto è tempo di sprofondare nei ricordi, nelle domande senza risposta, negli sguardi più lunghi del buio posati su quei piccoli che riempiono il lettone. Quinta puntata del diario della terza gravidanza (qui tutte le puntate precedenti) che proponiamo da qualche settimana sul blog di Dadabio

 

Scende la notte. Siamo in quattro nel lettone, c’è silenzio e penso subito a quando saranno in tre, ehm, quindi in cinque, (a meno che il papà non decida di scappare…) forse capiterà? Ma che domanda stupida… Mi chiedo come saranno le notti, quanto convulse, quanto tranquille. Nonostante i pensieri sono serena, perché quando dormono scende la pace. Quei ricci che si intrecciano nella penombra, il respiro pesante per via di un raffreddore, quelle forme rotonde del visino come fosse scolpito dal più Grande degli scultori (così è se ci pensiamo…), mi inteneriscono ancora di più. E finisce che le osservo incantata. Ripenso a tutta la giornata trascorsa e mi sembra poco il tempo passato con loro. Penso subito alla fine di questa terza gravidanza, a quando saranno in tre, sarò capace di dedicare il giusto tempo a ognuna di loro? Si può quantificare il tempo buono o quello meno buono? Cioè il tempo che passo a sgridarle, a cercare di separarle mentre si tirano i capelli, mi sembra il peggiore e mi suscita sensi di colpa. L’altro, quello in cui giochiamo, leggiamo libri, facciamo merenda e tante coccole è bellissimo, ma sembra sempre poco.

Far tesoro dei sentimenti notturni

La qualità è quella che conta, non la quantità, ma è come se non riuscissi ad afferrare il tempo, i figli crescono di continuo, cambiano in fretta e, più passano gli anni, più si allontanano da noi. È troppo veloce la lancetta dell’orologio e gira in fretta, così ho la sensazione di non vivere a pieno questo tempo con loro; qui e adesso. Le immagino già adolescenti e so che in un batter baleno arriverà questa fase, così cerco di non pensarci e poso di nuovo lo sguardo su loro che dormono. Quando mi arrabbio dovrei pensare a questi momenti di sospensione tra sogno e realtà, dovrei fare questa ginnastica e pensare che fra qualche anno mi mancheranno loro che adesso saltano sul letto, mangiano in soggiorno, disegnano sulle pareti. Devo fare tesoro di questi sentimenti notturni. 

Tempesta d’emozioni…

E chi già mi vive dentro? Questo piccolo esserino che cresce, senza chiedere nulla.  Che ne sa di questa tempesta di emozioni? Che ne sa del mondo che l’aspetta? Dell’aria che respirerà, delle persone che incontrerà? Della famiglia che gli toccherà? Metterlo al mondo è una grande responsabilità… penso subito che devo essere impeccabile, perché in fondo l’ho voluto, l’abbiamo cercato e ricercato, e adesso non possiamo sbagliare. È nelle nostre mani. Ma che dico? È nella mia pancia. Ci pensate? Nel posto più centrale di noi. Nel luogo dove sentiamo dolori e gioie, dove si attaccano rabbia o felicità. Non può che stare lì, ad aspettare qualcosa di cui non è a conoscenza. Siamo noi a prendercene cura da subito e noi mamme in particolare. Ho sempre pensato alla gravidanza, e dunque anche a questa terza gravidanza, come un momento unico e stupendo. La donna è uno scrigno e conserva il mistero di tutti i tempi. Un cuore che batte. Manine e piedini che si definiscono ogni giorno che passa, un cervello che si crea nella sua complessità da subito. La vita. Questa è la vita che l’uomo è capace di generare, di donare. La parola dono è immensa, ci avete mai pensato?

Il sì che si ripete

Quando abbiamo deciso di provare ad avere il terzo figlio con mio marito abbiamo parlato tanto, abbiamo messo davanti a noi paure e certezze. Sulla bilancia pendeva sempre il sì, quel sì meraviglioso che ci siamo detti sette anni fa, in chiesa, davanti a Dio. Quel sì che ci ha uniti per sempre, che ci ha portati a questa terza gravidanza. E io a un certo punto ho sentito una voce dentro me, diceva che il mondo ha bisogno di persone belle e buone. Allora ho pensato che dal nostro amore finora sono nate solo cose e persone belle e ho detto faremo ancora un dono agli altri, con una vita che sarà una delle tante tra miliardi e miliardi di persone, ma sarà unica per noi. Sarà il centro di tutto per noi e per altre persone che crederanno in questa persona. Sarà una persona che avrà un posto nel mondo, un motivo per andare avanti, sarà qualcuno che cambierà le cose brutte per farle diventare belle. Sarà una ragazza che farà perdere la testa a qualcuno e che perderà la testa a sua volta. Sarà un’anima, pura e complessa. Cioè un figlio si ama alla follia, è legato a noi dalle viscere e allo stesso tempo ci sfugge di mano. Perché ogni persona, figlia di chiunque, pensa con la sua testa e agisce con le proprie idee. Noi genitori possiamo solo dare amore, ascoltare e guidare; essere presenti e accoglienti. Ecco, per tutto ciò abbiamo detto ancora una volta sì alla vita. Perché vale la pena perdersi negli occhioni dei bimbi che ci fanno comprendere l’importanza delle cose vere e belle. (5-continua)

28/04/2021 by dadabio 1 Commento

Diario della terza gravidanza. Sta bene! Sarà fiocco rosa o azzurro?

Continua il diario della terza gravidanza, ospitato nel nostro blog (qui prima puntata, seconda e terza). Lo scrive un’amica del progetto Dadabio, assediata dalle domande delle sue due figliolette, rassicurata dal g-test e sorpresa dal sesso della creatura che ha in grembo…
“Mamma, ma nella tua pancia c’è una piccola cucina?” “No”, rispondo alla mia grande che si è messa accanto a me per addormentarsi, è ora di nanne. “Perché?”, chiedo. Lei: “Il bebè come fa a mangiare? Chi gli cucina?”. Domande simili, continuano, sono di una potenza e di una spontaneità che farebbero sciogliere il più gelido dei ghiacciai. A quasi sei anni i bambini riescono a elaborare concetti che per noi adulti sembrano non afferrabili a quell’età, conoscono le emozioni e le esternano in ogni istante e in più modi. Questo pancino spuntato subito compie questi miracoli, ci regala del tempo magico con i nostri figli. Ci fa gustare la semplicità di chiacchierare e far diventare importanti momenti normali.
Quando aspettavo la mia secondogenita la prima era troppo piccola per capire che stesse arrivando qualcun altro in famiglia e non c’erano domande, solo non carezze e bacini alla pancia. Adesso, per questa terza gravidanza, ogni giorno rispondo a quesiti dai più simpatici ai più profondi e mi diverto tantissimo. A volte si fanno più difficili, mi mettono alla prova e cerco di arrampicarmi sugli specchi per raccontare la verità o quantomeno la versione più vicina alla realtà. “Il bebè si è svegliato?”, chiede ogni mattina la piccola. Io: “Si”. Lei: “Gli diamo un pan di stelle”?. E così anche le giornate più complicate prendono la piega giusta. Sorrido e spiego ancora una volta che il bebè mangia ciò che mangio io e a me i pan di stelle non piacciono. Nei nostri dialoghi si parla di fratellino o di sorellina, è ancora presto per scoprire il sesso. Ma tanto, mi ripeto, l’importante è che stia bene. Non è una frase fatta, è quello che pensano tutte le donne che scoprono di essere incinte. La priorità è che il piccolo sia sano.
Diagnosi prenatale
A proposito di diagnosi prenatale, a ‘sto giro mi tocca farla, alla mia veneranda età è vivamente consigliata. Così scegliamo di fare il G-test, quello base che indaga sulle possibili trisomie. Sia io che mio marito abbiamo le idee chiare, non ci interessa sapere di più, non vogliamo scoprire se sarà alto, biondo con occhi azzurri o verdi… ci affidiamo alla volontà di Dio che ci ha fatto questo dono. Così, alla seconda visita, faccio il prelievo che sarà spedito a Roma. Da quel giorno un po’ di ansia c’è e spesso prima di dormire tiro fuori il discorso e chiacchiero con mio marito. Siamo sereni e sappiamo che dovremmo aspettare 15 giorni, circa, per avere il risultato.
Il risultato in anticipo
La chiamata arriva prima del previsto. Una mattina, mentre sono con mio marito, squilla il telefono, riconosco il numero della città da dove sarebbe arrivato il risultato salto in aria e subito schiarisco la voce e rispondo. Dall’altra parte del telefono una voce femminile, distinta, gentile e serena: “Signora buongiorno, chiamo perché lei ha eseguito il G-test e abbiamo avuto i risultati”.  Io: “Sì”, con un filo di voce e le gambe che mi tremano mentre cammino velocemente per scaricare l’emozione che ha preso in pieno,  tutta d’un  tratto, cuore e mente. Mi sento confusa, ho la testa nel pallone, non so cosa da li a poco avrebbe detto. Lei incalza: “Intanto le dico che tutto è in ordine e non ci sono anomalie”. Io butto fuori un respiro lunghissimo e realizzo che mio figlio sta bene, questa è la notizia che mi interessa di più e arriva all’improvviso. “Ok”, dico, non riesco a dire null’altro. Lei continua dicendo: “Le arriverà una mail con un codice ed entrando potrà consultare il risultato e scoprire anche il sesso”. Rispondo: “Grazie mille” e lei: “Auguri”.
L’abbraccio di un momento unico
Chiudo il telefono e salto letteralmente addosso a mio marito. Ci siamo abbracciati fortissimo come se non ci vedessimo da mesi. Avevo le lacrime agli occhi, non potevo trattenermi. La sensazione è tipo quella di quando finisci un esame all’università e il prof. ti mette 30 e si complimenta. Ricordate? Si camminava sulle nuvole a quel punto e si iniziava a chiamare la settima generazione partendo da mamma e papà. Oppure quando dai il primo bacio alla persona che ami e poi chiusa in camera pensi e ripensi alla magia, all’alchimia… Giusto per fare un esempio, perché il momento rimane unico. Immaginavo che dovessi attendere molto di più per questo risultato invece è arrivato dopo appena 10 giorni. ….
Fiocco rosa
Dopo così tanta emozione venuta fuori come la lava di un vulcano in eruzione dico a mio marito di controllare la mail e di scoprire lui se, per questa terza gravidanza, il fiocco è rosa o azzurro. C’è felicità, tachicardia, attesa e voglia di gustare ogni attimo… quasi di fermare questo tempo che ha il sapore di un dolce delizioso. Lui apre la mail e legge. Sta in silenzio, perché io gli dico che non voglio saperlo subito, ma resisto poco, muoio di curiosità. Premetto: io ero quasi certa fosse maschietto, lui certo, certissimo, fosse di nuovo femmina. Inequivocabile il suo urlo: “Vai!”, e le sue braccia al cielo mi danno la risposta. “È femmina?”, chiedo io. “Sììììì”, dice lui. E niente, tocchiamo il cielo con le dita perché sarà tris di donne a casa nostra, proprio come avevamo immaginato anni fa quando ci conoscemmo. Adesso dobbiamo trovare il modo più bello per comunicarlo ai nostri cari e soprattutto alle nostre piccole donnine.