Categoria: Blog

11/01/2023 by dadabio 0 Commenti

Infanzia felice. Nemo, un successo nonostante la pandemia…

Con le interviste a Giusy Li Gotti e Noemi Arancio, rispettivamente titolare e coordinatrice didattica della scuola dell’infanzia “Nemo”, a Palermo in via Notarbartolo 28, comincia un ciclo di servizi parallelo a “Nidi Belli”, “Infanzia felice”, dedicati a chi è alla ricerca di questi istituti che ospitano bimbi da 3 a 5 anni e preparano i piccoli all’approdo alla scuola primaria

I punti di forza della scuola dell’infanzia “Nemo”? I numeri ridotti delle classi, una dimensione familiare e l’apprendimento della lingua inglese in una scuola di fatto bilingue, con insegnanti madre lingua per ogni sezione, anche in quella Primavera. 

Da tre anni alla guida di questa realtà scolastica (che si trova a Palermo, in via NOtarbartolo 28, non lontano dall’Albero di Falcone), nata con la primissima gestione nel 2007, Giusy Li Gotti snocciola le principali caratteristiche della scuola che dirige e racconta l’entusiasmo e la passione che sono alla base di questo progetto educativo. “Con le unghie e con i denti siamo andate avanti, nonostante la pandemia”, racconta Giusy Li Gotti, ricordando le difficoltà del periodo di massima diffusione del contagio di Covid-19.

Gioco libero, colazione, cura dell’igiene, attività dalle 10 alle 12. E poi Pranzo, cura dell’igiene, gioco libero. Questa la routine della giornata descritta da Noemi Arancio, che poi illustra anche nel dettaglio le attività destinate ai piccoli, a seconda della fascia d’età a cui appartengono.

Ecco il servizio completo – in cui si mostrano alcuni momenti delle attività dei bimbi, oltre agli spazi esterni e gli ambienti interni – con le interviste di Lucia Porracciolo a Giusy Li Gotti e Noemi Arancio, buona visione a tutti

28/11/2022 by dadabio 0 Commenti

Nidi Belli. I cangurotti, famiglia che accoglie famiglie…

“Siamo una famiglia che accoglie altre famiglie e i loro bimbi. Per garantire standard elevati, naturalmente, abbiamo numeri limitati”. Con l’intervista a Maria Ongano, tagesmutter che dirige il nido famiglia “I cangurotti” comincia un ciclo di servizi, “Nidi Belli”, dedicati a chi è alla ricerca della soluzione migliore per la primissima infanzia

“L’idea originaria nasce fondamentalmente dal mio essere mamma e dal volere care qualcosa continuando. pensare a crescere i miei figli, che erano molto piccoli. Il mio secondo figlio, soprattutto, è nato all’interno di questo nido in casa, la famiglia che accoglie altre famiglie e i loro bimbi. da quando sono diventata mamma ho preso a cuore la fascia zero-tre anni. La tagesmutter può ospitare fino a cinque bambini, questo è il rapporto per garantire standard elevati. Collaboro con la mia collega Roberta e abbiamo, da quest’anno, dieci bambini”.

Parola di Maria Ongano, tagesmutter che dirige I cangurotti – nido famiglia, prima tappa di una rubrica, “Nidi belli” che Dadabio intende come una bussola per orientarsi fra tante proposte. Un’iniziativa che consta di presentazioni e videointerviste ad alcuni dei protagonisti delle belle realtà di Palermo per la primissima infanzia, uno spazio a disposizione di scuole e famiglie.

Scegliere l’asilo nido, infatti, mette alla prova neomamme e neopapà, ma anche genitori di lungo corso.
Numeri, spazi, orari, giornata tipo, metodologie, cibo, distanza da casa o dal luogo di lavoro: mille sacrosanti dubbi e interrogativi, per trovare la migliore soluzione e affidare in mani sicure ciò che di più prezioso si possiede.
A chi affronta o affronterà questa scelta è dedicato questo ciclo di servizi, a cura di Lucia Porracciolo. Iniziamo con il nido famiglia “I cangurotti”, che si trova a Palermo, in via Biagio Petrocelli 16, non lontano da via Montepellegrino e dalla fermata Giachery, nell’omonima piazza, della metropolitana.
Ecco il servizio completo, buona visione a tutti

03/08/2022 by dadabio 0 Commenti

Le sofferenze dei migranti, dire la verità con una favola

Ne “La leggenda della Stella Marina”, albo illustrato di Giorgia Scaduto e Gaia Cairo, una metafora della tragica fine dei viaggiatori più indifesi e invisibili dei nostri tempi, i migranti minorenni. Un viaggio per mare che è una scommessa e non una promessa, una struggente metamorfosi. In beneficenza i diritti d’autore di questo volume destinato ai più piccoli

Dire la verità o dissimulare? Mentire? Tacere? Addolcire? Come comunicare il dolore, le tragedie, il male più incomprensibile? Essere genitori è un mestiere complesso, una condizione di privilegio eppure scomoda. Specie quando bisogna dialogare con i propri piccoli su argomenti più grandi di loro, più grandi di noi. La pandemia e la guerra, negli ultimi anni, hanno messo a dura prova, in questo senso, la comunicazione in seno alle famiglie, specie quelle con bambini. Dire la verità – preparandosi e preparandoli emotivamente – è chiaramente la strada da preferire, per non avere paura di qualsiasi emozione, per imparare ad accettare, comprendere, e superare anche la sofferenza, a cominciare da quella altrui.

La verità non edulcorata

C’è un libro che non ha paura. E lo stesso si può dire dell’autrice, la palermitana Giorgia Scaduto che, anche grazie ai disegni delicati ed evocativi di Gaia Cairo, ha scritto un albo illustrato tra i migliori fra quelli pubblicati negli ultimi mesi, rivolto a bimbi che frequentano almeno le scuole primarie. L’editore è palermitano, Torri del Vento, e il titolo è La leggenda della stella marina (30 pagine, 18 euro). È un libro che non nasconde, che non edulcora, racconta la verità, poeticamente, e in modo adeguato agli anni e al livello di comprensione dei giovani lettori. I piccoli che cresciamo fra mille attenzioni e cure vanno difesi in ogni occasione. Ma questo non significa che non debbano imbattersi in qualcosa di grave e triste. Giorgia Scaduto – attingendo anche al “mestiere” di mamma – sceglie con cura i vocaboli e le frasi, intrecciate ai disegni, diventano una storia che non è mai bugia, che attraversa il dolore facendosene carico.

Uno scopo nobile

Un viaggio per mare di un bimbo – che tanti piccoli rappresenta – diventa così una scommessa, non può essere una promessa. I pericoli e i dolori dei viaggiatori più indifesi e invisibili dei nostri giorni sono racchiusi nella metafora di questo libro di Giorgia Scaduto, nella struggente metamorfosi finale. Un volume che ha anche uno scopo nobile, a sostegno dell’ong Mediterranea Saving Humans: il ricavato dei diritti d’autore sarà destinato all’associazione per le sue missioni di soccorso in mare. Conforta sapere che in questa Italia dove sui migranti e sui rifugiati ci sono ostinata strumentalizzazione, ipocrisia, ignoranza, indifferenza, arrivino pagine del genere, intrise di un messaggio di accoglienza, inclusione, attenzione. E che queste pagine siano destinate principalmente a chi dovrà costruire (ricostruire?) la società di domani.

08/01/2022 by dadabio 4 Commenti

Diario della terza gravidanza. Una pazza felicità, sei qui!

A tre mesi di distanza i ricordi del parto della piccola Micol. Una gravidanza segnata dalle normative per l’emergenza Covid19. La gioia è arrivata con un abbraccio a tre in ospedale, e fuori da lì sarà un abbraccio a cinque. Si conclude così il diario della terza gravidanza (qui tutte le puntate) sul blog di Dadabio

Natale è passato, il 2022 è cominciato e sono passati tre mesi da quando ci siamo strette fortissimo per la prima volta. Da quando ho sentito la tua pelle calda sulla mia, la tua testolina sul mio cuore impazzito per la gioia. Il tempo è letteralmente volato, e c’è da dire che la vita con tre figlie è più impegnativa di quanto pensassi ed ecco che mi ritrovo a scrivere dopo mesi il racconto della tua nascita.

Anche quei nove mesi sono volati. Gli ultimi giorni della gravidanza mi chiedevo quando arrivassi, perché non era già arrivato il momento, le giornate erano lunghe, allietate dalle domande delle tue sorelle e dai massaggi che mi facevano al pancione e alle gambe.

Sei arrivata al momento giusto e nel giorno giusto. Per questo dico a tutte le donne che devono partorire: non abbiate fretta e godete di ogni istante con il vostro dono più prezioso in pancia. Aspettate con pazienza perché quell’attesa è magica e non ci sarà più. All’improvviso poi avrete i vostri figli in braccio e non vi sembrerà vero.

Poco prima della data presunta

Avevo sempre sott’occhio le settimane scandite dal calendario della gravidanza che tutte le donne hanno sul telefonino… 38 e 1 giorno, 38 e 2, 38 e 3, 38 e 4, 38 e 5, 38,6 e scalpitavo e non ce la facevo più, la pancia pesava, la schiena a fine serata faceva male, tu ti muovevi tantissimo, Ester e Clarissa mi chiedevano insistentemente: “Nasce oggi?”. Le persone che incontravo chiedevano: “Quanto manca?”. E io ogni notte, quando mi mettevo a letto, pensavo tra me e me, sarà la nostra notte, mi darai un segnale e correrò in ospedale.

Un urlo di gioia

Era sabato e sono uscita di mattina con mia mamma e le bimbe e di pomeriggio sono stata a casa. Avevo desiderio di spezzatino e mamma ha comprato tutto per prepararlo la domenica a pranzo. Poi arriva la notte e non riesco a dormire, sto sveglia due, tre ore poi crollo in un sonno profondissimo e riposante e quando mi sveglio con il sottofondo della voce di Ester che chiede: “Oggi andate al lavoro?”. E il papà risponde: “No, amore oggi è domenica”. Mentre apro gli occhi e prendo il cellulare per vedere l’ora, 8,17, dopo qualche secondo sento un liquido caldo scendere e capisco subito. Attendo questo momento da giorni. Rottura delle membrane. Scappo in bagno urlando di felicità: “Amore, mamma, venite, ho rotto le membrane”. E urlando un forte: “sììì! Prepariamoci e andiamo”. Era domenica 3 ottobre, una giornata bellissima e soleggiata.

Ho fatto la doccia e con mio marito sono andata in ospedale dopo aver fatto l’ultima foto con la pancia e le mie principesse. Il Buccheri La Ferla era avvolto da un velo di tranquillità insolito, chi ha partorito lì prima del Covid sa a cosa mi riferisco, quasi a volermi dire che tutto e tutti si sarebbero presi cura di noi; è un ospedale familiare, sono nate lì anche le mie prime due bimbe.

Affidarsi all’ostetrica

Trovo con piacere il mio ginecologo che mi visita… tutto bene, qualche contrazione sporadica, la bimba sta bene. Conosco il mio corpo e so che ancora passerà qualche ora. Così è stato. Rimango sotto tracciato per le prime ore della mattina, dove incontro Morena che è arrivata un’ora prima di me, provo a scambiare qualche parola, ma lei è sofferente in preda ai dolori e di poche parole, finiremo nella stessa stanza, e con noi ci sarà anche Dorotea. Mie compagne di viaggio perché i primi giorni con una nuova creatura accanto, da sole, senza l’aiuto di mamme e zie (come accadeva prima della pandemia) è proprio un lungo viaggio. Mi danno la camera numero 4, mi sistemo, prendo possesso del letto e intanto mando qualche sms ad amici e a parenti. Ho il tempo di fotografare la veduta dalla finestra: di fronte la chiesa, alla mia destra il mare, quel mare che ha dato il benvenuto alle mie bambine appena nate. Sono serena. Le contrazioni incalzano e vado in sala parto. Incontro la mia ostetrica, anzi la nostra. È Rosalia, parliamo un po’, iniziamo a conoscerci, le racconto che ho un bellissimo ricordo dei parti precedenti e che vorrei fosse così anche per il terzo, facendole capire che mi “af-fido” a lei.

Rimango sola

Una domenica pomeriggio di tranquillità ma in un ospedale la situazione può precipitare all’improvviso soprattutto quando si parla del reparto dove la cicogna è di casa. Rosalia mi visita e mi dice: “Sei a due centimetri di dilatazione, è ancora poco”. Poi arriva un’urgenza, un parto cesareo di una donna in attesa di due gemelli, così la “mia” ostetrica va via e mi anticipa che sarebbe mancata per un po’. Rimango sola nella sala dove ci sono la vasca per il parto e lo sgabello svedese con la palla, entra ed esce un ostetrico che mi visita e mi dice che la situazione è stabile, nonostante le contrazioni siano forti e ravvicinate. Inizio a soffrire abbastanza e sono speranzosa perché sia Ester che Clarissa sono nate dopo un travaglio rispettivamente di tre ore e due. Ma mai fare paragoni! Intanto non c’è mio marito che di solito è accanto a me. L’emergenza Covid ha imposto regole bruttissime per una donna che sta per partorire. Ci sentiamo al telefono, è fuori, adesso in attesa anche lui. Aspetto che lo facciano entrare. Dopo qualche ora sento la stanchezza e fare il confronto con gli altri parti non mi aiuta perché le tre ore di riferimento sono già passate. Mi alzo dalla poltrona dove vengo monitorata, sto in piedi, faccio due passi aiutandomi con la respirazione e accovacciandomi quando non ce la faccio, qualche movimento col bacino quando arrivano le contrazioni che non lasciano fiato, serrate e sempre più forti, ma sono felice perché so che fra poco abbraccerò la mia piccola. Forti crampi all’addome e alla schiena, respiro e chiudo gli occhi aspettando che passi. Mi fa compagnia il suono del cuoricino, avete presente quel rumore simile a un galoppo e il bip del monitor che segna l’intensità delle contrazioni.

Non sono più sola

A un certo punto torna Rosalia e mi rincuoro, mi visita ma sono sempre a due centimetri di dilatazione dice: “Non è ora di spinte” e mi scoraggio, non ci posso credere, penso al peggio per me, ovvero un cesareo, se qualcosa non fosse cambiata da lì a poco, ho avuto due parti naturali stupendi, sarebbe una beffa un cesareo alla terza figlia. Il 3 ottobre si festeggia la Madonna di Pompei, a lei rivolgo le mie preghiere, mi affido a lei con il cuore. Non ho più la forza di mandare messaggi a mia sorella e alla mia famiglia per dare notizie. È ora dedicarmi solo a noi, fare lo sforzo finale di quell’attesa che ha avuto un sapore dolcissimo, unico grazie alla presenza di Ester e di Clarissa che l’hanno vissuta con me e mio marito, con la consapevolezza delle loro poche stagioni. Intanto Rosalia mi aiuta, mi tranquillizza, mi visita e mi incoraggia e soprattutto fa entrare mio marito. Questo è un momento bellissimo, non mi sento più sola, vederlo mi fa capire che potremmo essere vicini all’arrivo di nostra figlia e la sua presenza mi dà tanta sicurezza. Mi stringe la mano, mi dice: “Forza Amore, manca poco”. Quel poco mi sembra troppo. La cognizione del tempo quando si sta per partorire sfugge. Sono sofferente, tanto, mi sembra di non riuscire a farcela, di non sapere spingere più. Così l’ostetrica mi ricorda che è importante spingere a bocca chiusa. Sento che le contrazioni sono quelle giuste, quelle delle spinte finali. L’equipe indossa i camici verdi e, ripeto a me stessa, in una pausa dalle contrazioni, buon segno, fra poco vedrò mia figlia. Sono sfinita, la sento sempre più vicina a me e sento allontanarsi le fitte, che lasciano spazio solo alla forza per metterla al mondo.

Respirare e pregare…

Respiro e prego, respiro e prego. Mi concentro sulla respirazione, Rosalia dice: “C’è la testa”. Parole più belle le mie orecchie non possono udire, il dolore delle contrazioni passa, non c’è più, fatico a spingere, ma so che è l’unica cosa da fare e bisogna fare bene, fra me e me chiedo: “Anche le altre volte è stato così difficile?”. Mio marito mi tiene la testa, mentre accolgo la doglia e spingo seguendo la voce di Rosalia. Poi mi fanno togliere la camicia, rimango nuda, non mi chiedo nemmeno perché, sono concentratissima ad accogliere il mio fagottino. Con le mani tocco la sua testolina fuori dal mio corpo, quei capelli umidi e morbidissimi mi danno la carica. A quel punto accade la cosa più bella che desiderassi, in cuor mio, ma di cui nella chiacchierata fatta all’inizio con l’ostetrica non avevo fatto cenno. Lo avevo detto al mio ginecologo Roberto, che ringrazierò sempre, che avrei voluto la mia bimba poggiata sul petto per un po’, ma in quei momenti si rimuovono tutti i pensieri e i programmi vengono letteralmente sconvolti. Adesso, l’esperienza dell’ostetrica fa la differenza, lei sceglie la cosa più giusta per me.

La fine e un inizio senza fine

Rosalia dice: “Bravissima, non ti fermare, già piange”. Poi: “Ci siamo, c’è la mano” e con naturalezza aggiunge: “Prendi tua figlia, prendila, ti aiuto io. Spingi e prendila”. Le mie mani tremano, sfioro mia figlia, cerco di afferrarla mentre spingo e all’improvviso lei lascia le mie viscere e si abbandona fra le mie mani, la tiro verso di me e la adagio sul mio petto. Un fuoco mi scalda, una grande emozione mi fa tremare la voce. Tremo tutta. È il momento più bello della mia vita coniugale. “Non ci posso credere”, inizio a dire ripetutamente, “Sei qui”. Ecco Micol, piange e io la accarezzo e la amo già più di tutto. Siamo in tre abbracciati e fuori dall’ospedale saremo in cinque. Che gioia! Siamo stati pelle a pelle per un po’. Non dimenticherò mai quei momenti. E per la terza volta mi sento eterna.

12/09/2021 by dadabio 2 Commenti

Diario della terza gravidanza. Tuffarsi nel passato per preparare il futuro

È iniziato il nono mese di attesa, dopo un’estate torrida che ha fatto sentire davvero il peso della terza gravidanza. Una passeggiata nei luoghi di infanzia con le sorelle della nascitura si trasforma nell’occasione di riflettere su ciò che è stato e su ciò che sarà. Continua il diario di Lucia Porracciolo. Qui tutte le puntate precedenti

È notte. Una di quelle in cui non dormo, ormai sono tante di questo tipo. Penso e ripenso, mi giro e rigiro, per quanto il pancione me lo permetta. C’è silenzio. Sento solo chiari e definiti i movimenti della mia piccola. Decisi, netti. Inizia a stare stretta qui dentro. Intanto si affollano in mente tantissime domande alcune sono sempre le stesse che si pongono le donne in gravidanza: “Quando succederà? Quando andrò in ospedale? Capirò quando sarà il momento giusto? Come andrà?”. Benché sia alla terza gravidanza un po’ la storia delle domande si ripete. Perché ogni parto è unico e speciale.

È settembre (finalmente), entrato lentamente. Tanto si è fatto attendere. Ho salutato agosto! È stata un’estate strana e torrida che non ci ha fatto respirare, ci ha fatto soffrire tanto e personalmente mi ha fatto sentire troppo il peso della gravidanza.

Un cinghiale sullo stomaco

Questo che è appena cominciato è il periodo più difficile, si avvicina la data presunta, a volte vorrei che il tempo passasse in fretta (non ce la faccio più), altre vorrei fermare il tempo e godermi questi ultimi giorni di attesa in serenità, con calma. Ma queste parole con due figlie piccole non si sposano bene. Ogni giorno porta il suo peso: loro che vogliono stare con me, tante cose da fare e da organizzare, la schiena che fa male, il pancione grande, lei che scalcia di continuo. Sensazioni avute in passato ma che avevo dimenticato. Perché poi noi mamme cancelliamo i ricordi brutti e teniamo solo le belle sensazioni. Ah, dimenticavo, mangiare è davvero difficile, qualsiasi cosa diventa un cinghiale sullo stomaco, solo adesso apprezzo, quella pubblicità, in onda in tv qualche anno fa, di qualche medicina per la digestione. Ecco come mi sento spesso.

Poi l’aspetto psicologico, paura, ansia, preoccupazione, domande su domande. Poi la felicità di tenerti ancora in grembo, stretta a me. Siamo io e te. Fra poco ti avrà anche il mondo ecco perché vorrei ancora tenerti con me seppur con questi “disagi” dell’ultimo mese. Mi tengono sempre compagnia le domande delle sorelline: “Che sta facendo? Sta mangiando? Ha fatto pipì? Sta guardando la tv?”. E poi la piccola chiede: “Mamma quando esce M. mi prendi in braccio? E poi ma dove dormirà? Può dormire nel lettone con noi?” La loro presenza e la loro partecipazione ha reso questa gravidanza speciale.

Le difficoltà e il rifugio

In questa estate di attesa e transizione le vacanze sono state difficili, un po’ di mare e un po’ di montagna. Qui a quasi mille metri dal mare ho trovato un modo per stare bene e sentirmi in pace. Ti ho portato nei miei luoghi d’infanzia, dove sono nata, cresciuta, dove ho giocato a lungo, dove ho trascorso il tempo con le amiche, quelle che sono rimaste tali per sempre. Qui, a Mistretta, mi sento sempre al sicuro. È il mio rifugio. Quando torno a casa (dei miei, mi piace chiamarla casa mia) respiro subito un’aria nuova e fresca, appena scendo dall’auto. Mi avvolge quel clima fresco e rigenerante, mi avvolge un calore che va dritto al cuore. Sia estate o sia inverno la sensazione è la stessa. Nell’agosto appena passato questa bella sensazione si è riconfermata, anzi si è amplificata.

Un giorno abbiamo fatto un giro per i vicoli di Mistretta, ho portato te e le tue sorelle nei quartieri dove correvo, giocavo a pallone, a “popolo” , a “bella statuina”- chi se li ricorda?- andavo in bici, nelle strade dove sono caduta così tante volte da sbucciarmi spesso le ginocchia e avere ancora qualche cicatrice.

Quel sapore speciale

Qui siamo in via Noè Marullo, ci viveva mia nonna Serafina, mamma di papà mio. Donna fantastica, super attiva, simpatica e con un senso del dovere nei confronti della famiglia a dir poco unico. Qui ho passato tantissimi pomeriggi con i miei cugini a giocare a pallone e poi a fare merenda. Ricordo i pranzi e le cene a casa di nonna, quelle patatine fritte che nessuno mai, dopo di lei, ha cucinato. Avevano un sapore speciale. La pasta con la salsa (appena fatta) e la ricotta grattugiata sopra, che bontà! Queste stradine allora mi sembravano enormi, come lo sembrano adesso alle mie bimbe. Peccato che nonna Serafina non ti possa conoscere su questa terra! Se queste pietre potessero parlare avrebbero tanto da dire. Anche a me piacerebbe ascoltarle per recuperare qualche ricordo affievolito nel tempo, per portare alla memoria aneddoti che hanno segnato la mia crescita e hanno formato il mio carattere. Nonna Serafina aveva problemi di udito, e per questo il campanello della sua porta era fortissimo, lo sentiva tutto il quartiere. Uno dei ricordi più teneri è, dopo il drin drin, il suo sorriso brillante e amorevole dietro il vetro del balcone, appena si accorgeva che ero io a bussare.

Cose semplici e racconti, altro che tablet

Il nostro giro non è finito, visto che siamo tutti di buon umore proseguiamo e percorriamo una salita. Quante volte l’ho fatta. Questa è via Belverde e qui ci viveva nonna Maria, mamma di mamma. Un’altra ricchezza per noi nipoti. Un dono prezioso che abbiamo avuto la fortuna di goderci fino a quando aveva 94 anni. Io sono cresciuta con lei, a  casa mia e a casa sua. D’inverno qui fa molto freddo, nevica, così lei veniva a vivere da noi. D’estate si trasferiva a casa sua e io spesso stavo con lei anche di notte. Qui con la tua futura madrina, mia cugina Marianna, ho trascorso le più belle giornate, i più bei momenti da bambina. Altro che tv e tablet, lontane da tutto ciò, ci siamo divertite alla follia con le cose più semplici e gli affetti più veri. La casa di nonna Maria era il mio nido, il mio rifugio. Quando litigavo con tutti scappavo via e venivo qua. Con lei mi sentivo in pace. I suoi racconti mi mettevano di buon umore. Mi parlava di mamma e di zio Vincenzo, suo fratello, di quando erano bambini e io mi tuffavo con grande curiosità e sete di sapere in quel passato lontano e sconosciuto che mi faceva rivivere la loro infanzia difficile (hanno perso il papà quando mamma aveva due anni e zio Vincenzo non era ancora nato) e bella grazie alle cure della loro mamma, di nonna Maria che è rimasta per sempre nel mio cuore come la persona più importante della mia vita.

Pronta ad accoglierti

Così piccola M. ti ho voluto portare di proposito, insieme a papà e alle tue sorelle, davanti a questo portone e su questi scalini che conoscono a memoria i miei passi e il mio cuore. Il passato è quello che crea il nostro presente e il nostro futuro. È un pezzo di vita importante senza il quale non saremmo quello che siamo. I ricordi sono dentro di noi, ma ripercorrere i luoghi d’infanzia sentendoti muovere dentro me, accarezzandoti, sussurrando le mie emozioni ti ha consegnato la mia anima, il mio essere donna e mamma, che già probabilmente conosci più di chi sta qui fuori. Perché la nostra unione è viscerale, passionale, ossessiva e quasi maniacale, è l’unione che rimarrà più forte e salda di qualsiasi altra relazione che sperimenterai in questo mondo che ti aspetta, anche quando di tempo ne sarà passato e sarai tu a far conoscere i tuoi luoghi d’infanzia ai tuoi figli. Questa passeggiata mi ha dato tanta serenità e ha cancellato tutte le ansie e le paure.

Sono pronta ad accoglierti nel migliore dei modi, con tutto l’amore che meriti.

Ti aspettiamo, ma prenditi il tempo che ti serve per essere pronta e forte come una leonessa per affrontare la vita.

16/07/2021 by dadabio 1 Commento

Diario della terza gravidanza. Come faremo a svegliarci ogni mattina?

La piccola M. si fa sentire, eccome, e con la mamma si scoprono vicendevolmente. Intanto le sorelle sono due dormiglione doc, chissà i risvegli in futuro… Continua il diario della terza gravidanza di Lucia Porracciolo

Quella bruna è Ester, sono le 7.20 di un giovedì e la sveglia è già suonata tre volte per tutti. Rinviata altrettante volte. La smuovo, dopo averle dato bacetti e fatto il solletico sotto ai piedi, lei infastidita mi dice: “Ho sonno. Perché M… può dormire ancora e io no?” Premetto che M. è ancora nella mia pancia quindi non so cosa stia facendo… e dico: “Ma magari è sveglia anche lei, dai, siamo in ritardo”. Nella sua camera c’è Clarissa, la bionda, la vedete… anche lei di svegliarsi non ne vuole sentire. E pensate che per i primi 12 mesi non ha chiuso occhio e quando dormiva lo faceva solo addosso a me. Oggi dorme nel suo letto tutta la notte e la grande viene a trovarci nel cuore della notte. Lei che fino a due anni non aveva mai dormito nel lettone con noi… poi la gelosia della sorellina arrivata ha cambiato i ritmi.

Da due a tre

Insomma Clari stacca la faccia dal cuscino, apre gli occhi e farfuglia: “Devo aspettare Boccone”. Sarebbe il suo amico immaginario, che le viene in soccorso quando non vuol far qualcosa o deve perder tempo. Come vedete la mattina è difficile da far cominciare… e il mio pensiero va alla terza. “E quando saremo in tre?” penso subito.

Le notti sono ormai lunghe, non dormo un po’ per il caldo, un po’ per tutte le volte che vado in bagno e quando assaporo la dolcezza del sonno sento: “Papà, mammaaaaaa”. La voce della grande che annuncia l’arrivo nel lettone. Fortunati se la piccola continua a dormire in camera e di solito è così.

Un dialogo per scoprirsi

La mattina è difficile da avviare, mi sento già stanca all’alba, mi viene lo spauracchio, perché in effetti mancano tre mesi o ancor meno. Ma poi i ritmi vorticosi delle giornate fanno mettere da parte i dubbi e le incertezze e presentano le cose da fare… una miriade, quindi non c’è tempo per pensare. Quando esco vado sempre di corsa ma quando posso rimanere a casa di mattina, come oggi, è bellissimo perché saluto tutti e quando chiudo la porta, ancora prima di fare colazione torno in camera e mi stendo a letto. Poggio le mani sulla pancia e mi rivolgo a lei. Attendo che si muova per iniziare un dialogo, è bello il nostro momento. Siamo io e lei e possiamo scoprirci. Se capisce che sono concentrata su di lei continua a dare colpetti. Ed è il nostro buongiorno fatto di attesa, pazienza, silenzi e poi i pensieri incalzano e volo via con loro e la immagino in braccio. Immagino i colori dei capelli, chiari un misto fra biondo e rosso, la boccuccia a forma di cuore che ho intravisto dalle ecografie, e mi vedo già stretta a lei, è come se sentissi il suo respiro mescolarsi col mio. Ma torno alla realtà e so che devo ancora aspettare. Per me è normale sentire familiari i suoi movimenti dentro me, ma non è così per chi è fuori. Ieri per la prima volta Ester ha avuto la pazienza di ascoltarla, di solito fuggiva, forse sta cosa della pancia che si muove le fa impressione. Però, era sera prima di andare a nanna, finalmente ha poggiato le mani sulla pancia e l’ha sentita. Ha sgranato gli occhi ed è corsa in cucina a dirlo al papà. Era felicissima. Poi è tornata da me e ha cominciato a parlarle rivolgendosi prima a Clari: “Dobbiamo parlare vicino l’ombelico perché così lei ci sente”. Poi rivolgendosi alla pancia: “Io sono Ester e ti aspetto e qui c’è anche Clarissa”, che si precipita subito a dare bacini.

Sorelle e… programmi

Ester ha già deciso tutto: “Quando nasce la sorellina,  mamma,  noi tre dormiamo con te, tanto nel lettone stiamo comode. E papà dorme nel mio letto”. Ecco che si fanno già programmi sul futuro prossimo senza considerare le necessità che avrà la piccolissima.

Tornando a me e a lei, inizia questa nostra mattinata a casa, piena di cose da fare. Stacco le mani dalla pancia e vado… la testa e il cuore rimangono sempre attaccati lì. “Io ti percepisco sempre, non potrebbe essere altrimenti e poi ci sono sempre loro a ricondurmi a te. Le tue sorelle appena tornano da scuola si precipitano a salutarti accarezzando e baciando la pancia”. So che già le riconosce perché attorno a noi spesso c’è la loro allegria smisurata e la gioia incontenibile di crescere giocando senza limiti come tutti i bambini amano fare.

01/07/2021 by dadabio 0 Commenti

Diario della terza gravidanza. A sei mesi quante cose già sei…

In sei mesi quante cose hai imparato a fare dentro la mia pancia e io quante volte mi sono messa in ascolto per percepire la tua presenza. Non hai tentennato a dirmi: “Ci sono, mamma!” e io non ho avuto dubbi che quel movimento improvviso proveniente dalle mie viscere fossi tu. Ci siamo conosciute e ci stiamo scoprendo ed è immenso amore ogni giorno

 

 

Sei mesi, e da uno abbondante sento che ti muovi dentro, di continuo. Ti sento rotolare e ti immagino mentre fai le capovolte, libera di girare e rigirare in un caldo liquido.

Vedere la pelle della pancia muoversi e spostarsi senza la mia volontà mi fa venire i brividi. E realizzo che dentro di me c’è la vita, ci sei tu.

Anche tu sei in attesa, non lo sai ma sei in attesa… di un abbraccio caldo e infinito. Sei in attesa di crescere, di venire alla luce dolcemente dopo aver ascoltato per mesi il bum bum dei nostri cuori battere all’unisono. Sei in attesa di associare le voci ai volti delle tue sorelle impazienti di vederti, curiose di sapere come sarai, e se potrai giocare con loro.  Me lo chiedono sempre. Ti aspettano. Non lo sanno cosa sarai, cosa cambierà a casa nostra e nelle vite di tutti noi. Non sanno ancora quanto amore porterai e quanto migliorerai ognuno di noi. Questo è il miracolo della nascita, delle personcine che arrivano in una famiglia che per quanto possa prepararsi all’evento sarà sempre colta da sorpresa e alla ricerca di un nuovo equilibrio.

 

Il miracolo della vita… sei già tra noi

Da un incontro amoroso, fra i più indimenticabili, da una minuscola cellula stai diventando una piccola persona. Adesso hai mani, gambe, piedi, spina dorsale, orecchie, naso, bocca. Adesso inizi ad afferrare il cordone ombelicale che ti fa compagnia lì dentro. Inizi ad aprire gli occhietti, a riconoscere la mia voce, quella di papà, di Ester e di Clarissa. Sai, è come se fossi già con noi. Beh, con me lo sei da mesi, da quando ho visto quelle linee sul test, ma ormai da altrettanti mesi tutti sanno che ci sei e a casa ti chiamiamo per nome.

Io cerco di immaginarti e di fare un disegno dei tuoi tratti, Ester invece ti ha già disegnato più volte, fai già parte del nostro nucleo familiare. Quando ti disegna ti mette sempre accanto a me perché sa e dice che hai “bisogno di mamma”.

Quando ho visto il primo disegno mi sono emozionata. Poi ce ne sono stati tanti altri, ma il primo fatto all’improvviso in quattro e quattr’otto mi ha lasciato a bocca aperta. Per me è il più bello. L’abbiamo conservato per te.

E così insieme, stringendoci forte, cercandoci nei momenti più banali, in quelli di tutti i giorni e in quelli più difficili per aiutarci a vicenda, per darci forza siamo arrivati al sesto mese. Ne mancano tre alla nostra presentazione ufficiale ma questi sei hanno avuto una potenza incredibile e sono stati sufficienti a far crescere un legame indissolubile e unico fra noi. Nessuno lo può comprendere, questo è il dono e la fortuna di essere donne e mamme.

Quei colpetti in pancia…

Ti aspetto ogni mattino appena apro gli occhi, attendo un tuo saluto per cominciare la giornata e quando non arriva vado in tilt. Poi mi piace sentire un tuo colpetto quando parlo con la gente o sono concentrata a fare altro e tu mi ricordi che ci sei. Mi fai compagnia prima di addormentarmi, mi traghetti nei sogni dove poi ci conosciamo, tra immagini confuse, voci sovrapposte e irriconoscibili, poi quando mi sto per svegliare faccio di tutto per afferrare quell’immagine e tenerla con me. Mi rimane la sensazione di te per tutto il giorno.

Ti donerò al mondo, ma il nostro legame è indissolubile

So che poi col passare degli anni, crescendo, ti allontanerai da me, passerai del tempo altrove, andrai a scuola, a casa di compagnette, alle feste di compleanno, inizieremo quel processo di separazione, come un gomitolo che si srotola correndo via, lontano, e allora ricorderò di averti portato in grembo, di aver sentito il tuo cuore, il tuo respiro, perfino il tuo singhiozzo e immaginerò di sentire quel profumo unico che ti identificherà, appena nata. Ma cosa importa, ti donerò alla vita, ma saremo sempre madre e figlia e non ci saranno sostituti. Comunque adesso meglio viverti qui dentro e sentirti crescere ogni giorno di più. Attenderti con pazienza perché sarai la terza emozione più forte della nostra vita.

Sei mesi di te

Sei l’attesa più dolce e la speranza che nutre ogni mio giorno.

Sei il desiderio sognato in silenzio, in segreto e arrivato al momento giusto.

Sei la sorellina richiesta incessantemente negli ultimi mesi.

Sei l’inizio più bello del 2021.

Sei la speranza durante questo periodo di pandemia.

Sei il futuro disegnato a colori.

Sei la sorpresa più bella.

Sei l’energia, il motore per tutti noi.

Sei il sale del nostro amore, la ricchezza della nostra famiglia.

Sei tutto quello che non riusciamo a immaginare perché ignoto.

Sei l’avvenire.